Roberta Gisotti: Periodici

Roberta Gisotti
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Follia (con metodo) del sistema televisivo
da "Il Salvagente" di Antonio Zollo 07/12/2006
Un libro di Roberta Gisotti rifà la storia della Rai dal 1992 ad oggi
"È follia certo... ma v'è del metodo". La citazione shakespeariana scandisce tutti i capitoli di un libro appena pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti e scritto da Roberta Gisotti, giomalista di Radio Vaticana e consulente Rai: Dalla tv dei professori alla tv deficiente. Titolo fin troppo eloquente, che non esige particolari spiegazioni se non che si tratta della storia televisiva, della Rai in particolare, degli ultimi tredici anni, aggiomata fino alla presentazione da parte del ministro Paolo Gentiloni del disegno di legge volto a ridisegnare alcune architetture fondamentali del sistema radiotelevisivo. Come dare torto all'autrice per quella insistita citazione, soprattutto se si resta nel perimetro della Rai? La pressione politica obbliga ancora oggi l'azienda di viale Mazzini ad operare - come dire? - con un metodo folle. Ha un direttore generale che dovrebbe essere, in verità, un amministratore delegato. Ma questo direttore generale è obbligato a sottoporre tutte le decisioni di un certo peso al consiglio di amministrazione, di pura emanazione partitica. Consiglio che si riunisce pressochè ogni settimana e che si scontra, media, rinvia, aggiorna... II sistema si era già consunto sul terminare della prima Repubblica, oggi appare più che mai come una mostruosità. Una follia, appunto, ma con del metodo, perchè è l'inossidabile sistema con il quale i partiti si garantiscono il controllo della Rai. Nel frattempo l'azienda di viale Mazzini rischia di restare indietro nell'innovazione tecnologica, nei nuovi servizi, lasciando svaporare del tutto il ruolo di azienda leader del sistema. Si potrebbe avere un po' di metodo, magari senza follia o, per lo meno, con dosi minime e compatibili? L'azione messa in campo dal ministro Gentiloni e dal governo, assecondata peraltro dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, incoraggia in tal senso. È del tutto evidente che si è scartata l'idea di procedere frontalmente e radicalmente, facendo perno sull'obiettivo più volte enunciato dal presidente Prodi e - tra gli altri - dalla parte politica cui fa riferimento il ministro Gentiloni: drastica apertura del mercato tv alla concorrenza, totale riorganizzazione del servizio pubblico basato su una sola rete generalista e una molteplicità di offerte tematiche e basate su servizi innovativi, privatizzazione della parte commerciale della Rai. Si è scartata - almeno per ora - questa linea perchè avrebbe fatto saltare in aria la coalizione e, di fatto, azzerato ogni possibilità di riformare il sistema. Epilogo gradito unicamente a Mediaset.
Si è scelta la strada più prudente di un avvicinamento progressivo, di atti scollegati tra loro, ma che possono essere visti come tessere del mosaico riformatore. In primo luogo c'è stata la presentazione del disegno di legge di cui la Camera comincerà a occuparsi in questi giomi per arrivare al primo voto in aula presumibilmente a primavera prossima. La legge non riguarda direttamente la Rai (per la quale si attende una proposta a breve) ma riformula i tempi del passaggio al digitale con il trasferimento anticipato di una rete Rai e una Mediaset; ripristina la titolarità dello Stato sulle frequenze; fissa un limite alla raccolta pubblicitaria (45 per cento: non affamerà nessuno) e avvia la riforma Auditel. Alla presentazione del disegno di legge hanno fatto seguito altre decisioni e operazioni. Basterà citarne un paio per capire come si stanno muovendo ministro e governo. In attesa di una radicale riforma, la Rai deve dare qualche segno di ravvedimento nel riprendersi un profilo meno schiacciato sul peggio del privato (la tv dei deficienti di cui parla Roberta Gisotti). Insomma, un po' più di qualità, creatività, tratti distintivi, più sostanza e meno salottini isterici e volgarucci. C'è di certo la mano del vertice Rai in questo cambiamento soft ma ormai visibile. Ma c'è anche la spinta del ministro il cui messaggio a viale Mazzini è chiaro: se volete l'aumento del canone (e la Rai ne avrebbe bisogno urgente) dovrete in meritarvelo.
Un altro pilastro di questa riforma un po' carsica ma efficace riguarda le frequenze. Di fatto, l'Italia è l'unico paese in cui è consentita la compravendita delle frequenze, come se fossero di proprietà degli operatori. In base alla vecchia normativa, Rai, Mediaset e Telecom devono mettere a disposizione di altri operatori - a garanzia di un mercato concorrenziale - il 40 per cento della loro capacità trasmissiva sui loro impianti (multiplex) digitali. La legge Gasparri assegnava alle tre aziende la facoltà di decidere chi poteva utilizzare quel 40 per cento. Ora, l'Autorità, con il pieno consenso del ministero, ha stabilito che quella quota di capacità trasmissiva (frequenze) sarà messa all'asta e a valutare le offerte sarà una commissione di esperti nominata d'intesa tra Autorità e ministero. Svolta importante, che potrebbe consentire allo Stato di far cassa e stabilire un precedente prezioso per quando si dovrà decidere l'utilizzazione delle frequenze analogiche che la tv libererà passando al digitale. Sì, c'è del metodo... se la follia non ci metterà becco.

 
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L'articolo nella sezione: Rassegna: si parla di me / Periodici
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