Roberta Gisotti: Periodici

Roberta Gisotti
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Una missione impossibile: arrestare il degrado della TV italiana
Da "Il Telespettatore" (6/2007) di Alessandro Guarasci 01/06/2007
A colloquio con Roberta Gisotti, autrice del libro "Dalla TV dei professori alla TV deficiente". Un giudizio positivo sul disegno di legge Gentiloni per la riforma del sistema televisivo
"La Rai non è soltanto la più grande azienda culturale del paese, come ripete uno slogan oramai abusato. E' anche il sismografo più sensibile della vita politica nazionale". Sono le prime parole dell'introduzione curata da Gianni Valentini del libro "Dalla tv dei professori alla tv deficiente" di Roberta Gisotti, giornalista di Radio Vaticana ed esperta di tv pubblica e di sistemi di rilevazione degli ascolti. Un'analisi lucida e documentata di come è cambiata la Rai e di quali potrebbero essere gli scenari che l'aspettano nei prossimi anni. Il tutto nella convinzione che la Rai possa riappropriarsi di quel ruolo di traino per l'intero panorama televisivo nazionale, perchè la qualità non è un concetto astratto ma un parametro ben misurabile.

D.Gisotti, la tv pubblica attende "l'era del rilancio", nel frattempo i privati si muovono. Mediaset ha comprato Endemol. Come valuta questo accordo?
R. Rischia di avere un impatto molto forte sulla qualità dei programmi, rischiamo programmi omologati verso il basso con Endemol che imporrà il proprio stile anche sulla Rai. Nel mio libro io prendo in considerazione 15 anni di governance della Rai e negli ultimi tempi si è accelerata una ben precisa tendenza fino a provocare la paralisi dell'attuale cda, che è dominato da due fattori: la pubblicità e la politica. La politica è del tutto asservita agli interessi della pubblicità, interessi che in più sono trasversali all'intero arco parlamentare e questo è il motivo per cui anche con l'alternanza di consigli di amministrazione, emanazione a volte della sinistra parlamentare e a volte della destra parlamentare, la situazione non è cambiata. Questo perchè non è una politica autonoma ma asservita agli interessi economici, che fanno poi capo ai grossi potentati della pubblicità.

D. Il rischio però è che la riforma Gentiloni non cambi molto. Insomma, chi ha la ricetta per svincolare la Rai dalla politica?
R. Penso che possiamo guardare con fiducia alla riforma Gentiloni, anche se il rischio è che sia calata dall'alto proprio dal mondo della politica. I due testi presentati da Gentiloni sono senza dubbio validi. Il testo di riforma del sistema televisivo parte dal presupposto di allargare la presenza di più soggetti nello scenario televisivo, perchè il male di tutti i mali è il duopolio aggravato dal conflitto d'interesse. Abbiamo un polo pubblico, e un polo privato che appartiene a un solo cittadino. Come uscire da questa situazione? Ampliando il mercato con l'introduzione del digitale terrestre

D.E limitando l'affollamento pubblicitario?
Certo, infatti Gentiloni ha posto un limite del 45% all'affollamento pubblicitario per un unico soggetto. Quando il ministro Gentiloni ha esposto questo tetto, ai più è sembrato molto alto, anche se poi abbiamo visto che non è così. La proprietà di Mediaset ha risposto in modo molto scomposto, minacciando di portare in piazza cinque milioni di persone. E ciò perchè Mediaset raccoglie circa il 70% delle risorse pubblicitarie. La Rai arriva al 30 per cento perchè ha il canone. Dobbiamo dare corpo a questa legge dal basso, coinvolgendo sindacati, associazioni, cittadini.

D. C'è poi la questione della riforma dell'Auditel...
R. Beh, nel testo di Gentiloni si parla esplicitamente del sistema di rilevazione degli ascolti. L'Auditel è inadeguato e inaffidabile. Gentiloni ha messo nero su bianco che il servizio di rilevazione degli ascolti è di interesse per il Paese, a garanzia del pluralismo e della concorrenza. Ora dobbiamo capire come questo sistema dovrà essere riformato. L'Agcom ha dato indicazioni, l'Auditel si è adeguato, ma poi nei fatti tutto è rimasto come prima.

D. Questa tendenza alla polarizzazione del sistema sta continuando, visto che Mediaset ha comprato Endemol. Non c'è il rischio di una ulteriore omologazione dei programmi, con la Rai che diviene ancor più cliente del proprio maggior concorrente?
R. Si sarebbe potuto vietare a Mediaset di comprare Endemol per garantire la concorrenza. Fin dalla Legge Mammì non si è fatto altro che legittimare posizioni dominanti che andavano contro la concorrenza. IL pericolo è che la Gentiloni, che parte bene, sia annacquata in Parlamento. Insomma non bisogna arrivare a una legge che faccia finta di cambiare le cose, per poi non cambiare nulla. Oggi purtroppo abbiamo una Rai fatta, quasi per intero, da società in appalto esterno, quindi tutta la parte ideativa è appannaggio di soggetti privati. Essi non hanno altro merito che presentarsi sul mercato forti di entrature politiche, e così ne consegue che i programmi di Rai e Mediaset sono in sostanza uguali. La nostra tv pubblica, per l'insipienza della classe politica, è stata appiattita su un modello di tv commerciale imposto dal gruppo Mediaset.

D. Ma la tv commerciale è necessariamente una tv deficiente?
R. No, non è detto. Ma dobbiamo porci il problema di che cosa entra nelle nostre case, perchè è un mezzo che forma, invadente, a disposizione di bambini, adulti e anziani, senza possibilità di contraddittorio. Per questo, la tv pubblica una volta riformata deve tornare a fare da traino per tutto il sistema televisivo.



 
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L'articolo nella sezione: Rassegna: si parla di me / Periodici
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