Roberta Gisotti: Conferenze e dibattiti

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''Spettatori o consumatori? Come i media ci vogliono''
UCSI Lazio - Unione Cattolica Stampa Italiana e Municipio XVIII Roma
Roberta Gisotti 06/12/2007
Anziani protagonisti di fronte ai media - Conferenza di Roberta Gisotti
Partiamo da un interrogativo fondamentale: "Spettatori o consumatori? Come i media ci vogliono".

La risposta è semplice i media oggi ci vogliono soprattutto consumatori, e la Televisione in particolare - che a tutt'oggi è il principale mezzo di comunicazione di massa - ci vuole consumatori e basta. Non più cittadini/utenti ma consumatori/cquirenti.

Consumatori quanto più appetibili per il mercato quanto più inconsapevoli e manipolabili.

In questa ottica di una Tv concepita per i consumatori voi anziani contate quasi nulla - mi dispiace dirvelo ma è così - la verità ci può anche offendere, ma ci rende liberi, liberi di capire e di cambiare una realtà offensiva non solo per gli anziani ma anche per tutto il pubblico, per tutta la popolazione italiana.

Voi anziani non interessate al mercato, perchè l'anziano anche se ricco non ha grandi propensioni all'acquisto, non è proiettato ovviamente sul futuro - se ha potuto ha già acquistato ciò gli interessa davvero - non ha più bisogno di mettersi in gara, di competere, di primeggiare, di riconoscersi nel gruppo, non ha più necessità di adottare status simbol, di essere trendy per usare espressioni alla moda. Questo dicono gli studi di marketing. Inoltre l'anziano è meno manipolabile, ha più esperienza, conosce la vita, ha le sue idee, la sua personalità gia conformata.

Ma come siamo arrivati al punto di perdere l'identità che ci spetta di cittadini-utenti, cittadini - ad ogni età dai bambini agli ultracentenari- cittadini depositari di diritti nel campo della comunicazione?

Siamo tutti testimoni di come la Televisione si sia profondamente trasformata in Italia dalla sua nascita ad oggi. E voi per età anagrafica avete conosciuto la nascita della televisione in Italia.

Sono passati in Italia esattamente 53 anni dalle prime trasmissioni nel 1954, mezzo secolo di rivoluzione mediatica che ha portato profonde trasformazione nella società, ma soprattutto nelle famiglie ma anche a livello individuale, e questo conta molto con il proliferare di nuclei di single. Quando si dice single, chissà perchè si pensa ai giovani, ma non è così oggi la maggior parte dei single sono anziani; single è la definizione moderna - presa a prestito dall'inglese, forse per confondere le acque - di quanti una volta si definivano nubili, celibi, vedovi oggi più spesso separati, divorziati, dopo matrimoni e convivenze.

Ma torniamo alla rivoluzione mediatica che ad un certo punto ha segnato però un punto di involuzione finora senza ritorno, nella programmazione televisiva. E vediamo di capire perchè.

Torniamo indietro alla fine degli anni '70, con l'entrata in scena della televisione commerciale si è sviluppato un processo di profonda trasformazione nel modo di fare e di fruire la televisione, fino allora gestita in Italia dalla RAI, quindi dal Servizio pubblico in regime di monopolio.

Regime di monopolio che viene interrotto in Italia da una sentenza della Corte Costituzionale che risale al 1976 e che sancisce la libertà di antenna, aprendo la via alle trasmissioni radio e televisive da parte di soggetti privati a livello locale.

Si è passati in quegli anni progressivamente da quella che viene definita - nei libri di storia della Tv - la 'paleotelevisione' alla 'neotelevisione'.

Ma qual è la differenza, ciò che marca il passaggio dall'una all'altra? Nessuno lo ha spiegato chiaramente in tanti anni - parlandone per esempio al grande pubblico magari proprio in televisione - perchè ci saremo difesi come telespettatori.
Ebbene la differenza è questa: che noi tutti spettatori, da destinatari della comunicazione televisiva, siamo diventati una merce di scambio.

E sono emerse due esigenze per tutti gli operatori televisivi: quella di conquistare il pubblico, sottraendolo ai competitori attraverso l'offerta di prodotti più efficaci e quella trattenere il pubblico sedotto da pratiche di consumo sempre più fluide e senza schema, con l'avvento del telecomando.

Ho detto che se ci fosse stata coscienza di questo cambiamento ci saremo difesi come consumatori televisivi. Ma facciamo sempre in tempo a farlo!

Allora, pensiamo ad altri settori merceologici, dove la competizione ha spinto ad una maggiore tutela dei cittadini-consumatori, ad esempio il settore alimentare..........quante norme si sono aggiunte negli anni a garantire standard di qualità per la scelta degli ingredienti, per la conservazione e per gli involucri e le confezioni, per una corretta informazione sulle etichette; e poi abbiamo visto la scienza alimentare adeguarsi ai nuovi stili di vita, ponendosi a servizio dei consumatori, in mille modi, offrendo prodotti migliori e innovativi che hanno alzato la qualità della vita.

Oppure pensiamo per esempio al settore automobilistico, anche qui la competizione ha spinto a migliorare sempre più le prestazioni per migliorare la sicurezza degli automobilisti e il confort negli abitacoli e le prestazioni su strada, ridurre i consumi, eccetera

Ma questo non è accaduto nel settore della Tv, generalista, quella che entra in ogni modo nella nostra vita, anche se non accendiamo mai il televisore.

Ricordo anni fa, nel 95, di fronte all'ennesimo caso di Tv spazzatura in Italia, di avere scritto una lettera aperta 'provocatoria', come ne ho scritte molte altre - lettera che finì su molti giornali - all'allora Garante per l'editoria e la radiodiffusione, il prof. Giuseppe Santaniello, a cui chiesi di far apporre per legge sopra ogni apparecchio televisivo la scritta: "Tenere lontano dalla portata dei bambini, può nuocere alla salute". E, anche di far allegare le istruzioni per l'uso, indicando gli effetti collaterali per la salute mentale degli spettatori.

Credo che tale proposta sia più che mai valida oggi. Se non siamo tutelati come cittadini, dovremmo pretendere allora di essere tutelati come consumatori!

E, questo accade perchè tutta la produzione televisiva oggi - ci piaccia o no - ruota intorno al concetto di consumo, e trova il suo punto di forza nell'Auditel, ovvero in quel sistema di rilevamento degli ascolti televisivi, che ha codificato un cambiamento epocale nel modo di intendere la comunicazione televisiva; comunicazione non più pensata - come accadeva appunto negli anni della paleotelevisione - per informare, educare, intrattenere o divertire ma finalizzata - con l'avvento della neotelevisione - unicamente a vendere fette di pubblico, teste, quante più teste possibili di consumatori al mercato pubblicitario.

Ed i consumatori più appetibili sono i ragazzi, i giovani e ancor più la fascia dai 35 ai 45 anni - che in termini di marketing sono definiti 'big spender' - perchè appunto sono i più portati a spendere, a ricercare soddisfazione nell'acquisto, e nel caso dei giovanissimi sono anche i più condizionabili dalle mode, dalle tendenze, più desiderosi di identificarsi con il gruppo e le idee dominanti ed anche più soggetti ad essere manipolati culturalmente, socialmente, politicamente.

Interessano molto meno i bambini perchè in Italia sono pochi, e perchè le loro scelte d'acquisto dipendono dai genitori, per cui non sempre la persuasione pubblicitaria va a buon fine, e perchè le loro fascie di ascolto sono limitate nell'arco della giornata, e vincolate da certe regole - a dire il vero poco o per nulla rispettate - di tutela dell'infanzia

E poi come vi ho già detto interessano pochissimo gli anziani, potrebbero fare lo sciopero della Tv e nessuno farebbe una piega!

Tanto è vero che nell'aprile 2006 scoppiò un caso tra Rai e Mediaset, quando appunto Mediaset aveva chiesto e ottenuto il consenso dal Consiglio di amministrazione dell'Auditel di pubblicare anzichè i dati complessivi di ascolto, quelli relativi alla fascia di popolazione compresa tra i 15 e 64 anni, forte di un pubblico più giovane rispetto alla Rai, quindi più pesante per il mercato pubblicitario.

Dunque bambini e anziani un peso per una società di mercato: i piccoli non hanno ancora il portafoglio e gli anziani lo aprono poco.

Dunque, senza che nessuno lo abbia pubblicamente dichiarato siamo passati da un'economia di mercato ad una società di mercato.

Società di mercato che viene veicolata attraverso il più potente mezzo di comunicazione di massa la Tv appunto.

Società di mercato che si è perfino sovrapposta alla società politica; società politica che ha abdicato alla sua prerogativa di formare l'opinione pubblica attraverso le regole democratiche della rappresentanza civile, affidandosi anch'essa ai dati e alla tabelle dell'Auditel, quando vediamo che il dato Auditel assume la valenza di consenso politico e consenso nell'affermare valori o disvalori, stili di vita e tendenze al consumo, orientamenti ideologici, culturali, religiosi, che ci sono imposti come scelte di una maggioranza che è impalpabile, che non esiste è virtuale ma diviene dominante attraverso il dato Auditel, e si afferma in Tv ma viene poi amplificata attraverso tutto il sistema dei media: giornali, riviste, internet, mondo dello spettacolo, moda, pubblicità.

Tutto questo è davvero disdicevole, soprattutto perchè sfugge al controllo democratico, perchè in particolare parlando di bambini, adolescenti, mette fuori uso tutte le agenzie educative, deputate a formare la personalità fisica e psichica dei ragazzi: famiglia, scuola, parrocchia, associazioni sportive, e ricreative... che fare di fronte a modelli negativi propagati nelle case attraverso la Tv, addomesticati nell'indifferenza sociale, sdoganati senza controllo di alcuna di quelle agenzie educative. E quando parliamo di ragazzi e giovani parliamo della società che andiamo a formare nel Paese di domani.

Ricordo lo scorso anno l'ennesimo caso di violenza fra ragazzi, in quel caso bambini delle medie, tre minori in una cittadina del Lazio che avevano violentato una loro compagna di scuola e scoperti avevano confessato dicendo "lo abbiamo visto fare in Tv", e si erano riferiti non ad film ad una fiction ma ad un programma d'informazione del pomeriggio.

Ogni giorno aprendo la Tv abbiamo davanti uno scenario spaventoso di violenze nei film e nelle fiction o riportate dalla cronaca nera senza alcun filtro, alcuna ratio, che aiuti e sostenga lo spettatore a capire, interpretare, rifiutare il male, tanto più se sono piccoli spettatori.

Tutto questo per catturare e impressionare gli spettatori ed allargare la platea dei programmi!

Tutto questo è disdicevole, ma è ancora più disdicevole e paradossale che questa Tv di mercato si regoli per misurare il consenso su un sistema l'Auditel che in realtà è un sistema del tutto inaffidabile come tecnica rilevamento; è un sistema del tutto distorsivo per il modo in cui elabora i dati grezzi, che vengono raccolti ogni giorno, minuto per minuto, ed è infine - fatto più grave - è un sistema del tutto fuorviante per l'uso che nelle redazioni televisive si fa dei suoi dati, che vengono poi pubblicati quotidianamente da agenzie e giornali, come si trattasse di dati di pubblica utilità per la vita degli italiani.

Ecco avete mai riflettuto su questa assurdità? Assurdità che naturalmente ha sua logica intrinseca: e cioè far assurgere i dati Auditel a questione di rilevanza nazionale, popolare, con risvolti diretti - come ho già detto - non solo in campo televisivo ma in campo sociale, culturale, economico e politico.

Tenete contro che per 16 anni - finchè non uscito la prima edizione del libro "La favola dell'Auditel" nel 2002 - questo argomento è stato un tema tabù, di cui non si poteva e doveva parlare, si veniva censurati in partenza nelle redazioni dei giornali - sovvenzionati anche loro dalla pubblicità e quindi conniventi con quegli interessi politici ed economici che da oltre 20 anni tengono in piedi il duopolio Tv Rai-Mediaset imperniato sull'Auditel - e chi ha tentato di farlo - lo racconto nel libro - il primo fu il giornalista televisivo Mino D'Amato, e poi altri come Michele Santoro, e alcune personalità dello spettacolo come Enza Sampò, Renzo Arbore, Alba Parietti, Gianni Morandi e Lorella Cuccarini, Fiorello o anche noti intellettuali come il politologo e massmedialogo, il prof Giovanni Sartori, l'editorialista Alberto Ronchey sono stati assolutamente 'isolatì quando hanno denunciato la dittatura dell'Auditel.

Allora entriamo nel merito del sistema Auditel e facciamo un passo indietro per capire anzittutto chi c'è fisicamente e giuridicamente dietro questa parola:

L'Auditel è una Società privata che ha iniziato il suo servizio di rilevamento degli ascolti Tv nata nel dicembre 1986. E' nata grazie ad un - diciamolo - malaugurato, scellerato patto stretto tra l'emittenza pubblica la Rai e l'emittenza privata, l'allora Finivest oggi Mediaset ed il mondo della pubblicità dei maggiori marchi, associati sotto la sigla dell'Upa che sta per Utenti pubblicità associati.

Dell'Auditel sono soci alla pari per il 33 per cento la Rai, per il 33 per cento l'emittenza privata, sostanzialmente Mediaset che arriva al 27 per cento e per il resto la FRT che riunisce Radio e Tv private, che orbitano comunque intorno a Mediaset, e poi La Sette, e per un altro 33 per cento l'Upa e i principali centri media, e per il restante 1 per cento la Fieg, ovvero la Federazione editori giornali. C'è poi un'altra società che è l'AGB Italia che per conto dell'Auditel realizza il rilevamento degli ascolti.

Ecco l'Auditel dice di essere una società super partes ma invece è piuttosto una società intra pares, che significa ben altra cosa in termini societari e risvolti legali. Basti dire che all'interno della società Auditel i controllati sono anche i controllori. Quale garanzia abbiamo dunque di trasparenza abbiamo in simili condizioni? Nessuna!

Ma perchè nasce l'Auditel? Nasce per dare prezzo agli spot della pubblicità in un periodo in cui si profilava - con l'affermarsi dell'emittenza privata, intorno al monopolista Fininvest oggi Mediaset - si profilava come poi è accaduto - una grande espansione del mercato pubblicitario.

Per capire però quanto questo sistema di rilevamento sia in realtà una 'favola' basti dirvi che il prof. Alberto Zuliani, gia presidente dell'Istat, forse il più affermato statistico in Italia, proprio presentando il mio libro all'Università "La Sapienza" di Roma si è rivolto ai presenti e ha detto: 'insomma dovete capire che nell'86 la Rai, la Fininvest e l'Upa hanno scelto l'Auditel per spartire la torta degli investimenti pubblicitari, ma potevano invece scegliere di giocarsele a briscola quelle quote
E questa sarebbe la pretesa e vantata scientificità dell'Auditel, che ancora oggi purtroppo domina il mercato televisivo e la nostra vita.

Ma procediamo con ordine: l'Auditel diviene fin dall'inizio e sempre più con il passare degli anni per un clamoroso equivoco - equivoco certamente indotto - diviene, dicevo, il giudice insindacabile dell'intera offerta televisiva.

Le sue sentenze inoltre sono definitive e inappellabili, ancora oggi, dopo tutte le polemiche e gli approfondimenti che sono emersi dopo l'uscita dei due libri, gli articoli sulla stampa, le interpellanze in Parlamento, le sentenze giudiziarie e in ultima istanza i pronunciamenti dell'Autorità antitrust e soprattutto dell'Autorità garante per le comunicazione.

Ogni giorno, alle 10 del mattino, in tutte le redazioni televisive e sempre più anche dei telegiornali si consuma il dramma quotidiano della lettura dei dati Auditel, in base ai quali si viene processati prima nella redazione, poi nella rete, poi nell'azienda e infine il giorno dopo posti alla gogna pubblica sui giornali.

Questi dati adesso arrivano addirittura sui telefoni cellulari dei dirigenti, grazie ad un servizio offerto dall'Ansa, alle 10 in punto, per cui i poveri destinatari, se sono magari in quel momento al bar si strozzano con il caffè o brindano col cappuccino, oppure se sono in macchina rischiano pure un incidente se la loro Rete, il loro programma è andato male, sì perchè ne conseguono delle tragedie ogni giorno, gente che piange, litiga, si accusa con cattiveria.

Come mi ha detto una volta Gianni Vasile, che è stato direttore del centro di produzione a Roma di Canale 5: 'noi ormai siamo ogni giorno sovraesposti ai dati Auditel, dovrebbero metterci una piastrina come per i raggi x e dovremo ogni tanto disintossicarci come fanno i radiologì.

Sì perchè a questo crudele processo sono soggetti tutti quelli che lavorano in televisione, dai gradi più alti - i direttori di Rete, il direttore generale e perfino in questi ultimi anni il presidente della Rai e l'intero Consiglio d'amministrazione - e poi i conduttori, gli autori, i programmisti, ai registi, i tecnici, le maestranze, ecco sono tutti sotto la mannaia dell'Auditel.

Succede allora che chi fa televisione non ne parla normalmente come possiamo immaginare o come fate voi, con commenti del tipo: 'ti è piaciuta quella fiction, bravo quell'attore, bravo quel cantante, era una bella storia, suggestiva l'ambientazione, interessante quell'inchiesta o anche magari in negativo: tipo, quel balletto faceva pena, la recitazione era pessima e poi argomentando e allargando il discorso, esprimendo concetti semplici o complicati secondo la nostra cultura, preparazione, eccetera...

Beh dovete credermi: chi lavora in televisione parla solo e unicamente in termini di dati Auditel, non scambiano pensieri, opinioni, idee, critiche, apprezzamenti su un programma che non siano: 'quanto ha fatto? ha fatto di più o di meno del programma concorrente? e poi quando sono redazione sezionano la trasmissione minuto per minuto per valutare i picchi di ascolto, una specie di rito generalmente infausto.

Questo è pazzesco, ma chi lavora oggi in televisione - forse con qualche eccezione - è - uso un termine forte ma calzante - come 'decelebrato', nel senso che è programmato solo per raffrontarsi con il dato Auditel.

Io stessa collaboro con la Rai da quando ero ragazza, come programmista, autrice testi, anche conduttrice e negli ultimi anni come consulente di programmi televisivi. Io però posso permettermi di vivere il dato Auditel con distacco perchè nella vita faccio anche altro, anzi posso permettermi di demolirlo.

Ma non c'è niente da fare, se l'Auditel resta lì, tutti quanti fanno Tv continueranno a parlare solo di quello....del resto ogni altra valutazione metterebbe in crisi il sistema.

Tra amici e giornalisti che fanno Tv come si tira fuori il titolo di un programma ti chiedono: quanto ha fatto? Se ha fatto tanto dicono: 'sono stati bravi, funziona', se ha fatto poco dicono: 'non funziona, non va, non piace, la gente cambia', se ha fatto così e così dicono: 'in quella fascia non si riesce a fare di più, è difficile...' e poi in genere non dicono più nulla, hanno letteralmente rinunciato a pensare.

La misurazione Auditel è entrata sempre di più anche nelle redazioni giornalistiche, per cui si viene anche lì premiati se si fa ascolto, e per questo l'impaginazione del giornale segue la logica dell'Auditel, che è sostanzialmente - tra poco lo capiremo - una logica emozionale.

Per questo abbiamo sempre più Telegiornali urlati, urlati in senso letterale - avete visto come gridano i giornalisti leggendo i titoli dei sommari, - ne avevamo accennato la scorsa volta - gridano entrando all'improvviso dentro un'altra trasmissione, facendo sobbalzare il povero spettatore, soprattutto gli anziani.

E sono titoli urlati anche in senso metaforico, usando frasi d'effetto per attirare l'attenzione di chi è in casa; sono sempre più Telegiornali ansiogeni, esempio tipico: dopo un servizio ricco di particolari raccapriccianti - offerti con voce distaccata e professionale - sull'ultima strage familiare consumata in Veneto piuttosto che nelle Marche, subito dopo senza colpo ferire aggiungono attaccata, attaccata la notizia sull'assassinio misterioso di qualche povera ragazza e visto che il nero tira propongono anche un omicidio plurimo che so in un Supermercato del Nebraska, con morti, feriti e ambulanze e gente che piange; poi per non perdere l'ascoltatore che a quel punto è annichilito, fanno partire le immagini strazianti di bambini seminudi in fuga da una sanguinosa guerra etnica in Africa o da un tifone in Asia; oppure su una strage di qualche specie di animali in estinzione e poi se qualcuno è rimasto ancora incollato al video lo rinfrancano con un servizio che anticipa qualche calendario dell'ultima partecipante all'isola dei famosi o un servizio originale di gente che a novembre fa ancora il bagno in qualche spiaggia italiana, oppure allietano con del gossip sulla famiglia Reale in Gran Bretagna che un classico, un evergreen.. collegandosi con l'inviato a Londra, o con l'inviato a New York per raccontarci cosa altro ha combinata la miliardaria Paris Hilton

Ecco, tutto ciò è conseguenza dell'Auditel, della ricorsa all'ascolto ad ogni costo!

L'Auditel ha assunto dunque un ruolo pubblico che gli è del tutto improprio, con conseguenze gravissime sulla creatività di chi fa televisione e sulla formazione socioculturale del pubblico in casa, pensiamo solo ai riflessi diretti sull'informazione televisiva che è alla base di uno Stato democratico. Ricordo quando Clemente Mimun anni fa prese la guida del Tg1, e dichiarò in un'intervista che il suo scopo era fare il pieno di ascolti.

Ci fu una grossa polemica innestata dal politologo Giovanni Sartori, che lo contestò duramente perchè non è questo l'obiettivo della comunicazione giornalistica, stare dietro agli indici di ascolto, con tutti i condizionamenti che questo comporta a danno di un informazione a servizio del pubblico, non certo a servizio degli inserzionisti pubblicitari e delle casse della stessa Rai.

Eppure oggi tutti i direttori non fanno che bearsi degli ascolti, -è una vergogna - non pensano a portare avanti una linea editoriale piuttosto che un'altra, l'unico 'padrone' a cui rispondono è l'Auditel, da cui dipende la loro carriera.

E su questo aspetto che lede perfino la deontologia professionale c'è un grave disagio tra molti giornalisti, sia in Rai che in Mediaset. Ci sono stati tentativi di denunciare pubblicamente questo condizionamento e questa prassi di stilare le scalette dei Tg ma anche di realizzare i servizi con i mano i dati e i grafici dell'Auditel per fare più ascolto!

Allora come abbiamo detto l'Auditel svolge un ruolo pubblico, pure restando una società privata, società che ha goduto finora di tutti gli onori del ruolo pubblico ma non ne ha portato nessun onere, soprattutto l'onere della trasparenza dei suoi atti.

Infatti ogni qualvolta qualcuno ha cercato di far luce nella Casa di Vetro, cosi si autodefinisce paradossalmente l'Auditel ha sempre rivendicato il suo status di società privata.

Beh questo è inammissibile. Anche perchè l'Auditel regna in regime di monopolio, ancor più grave di monopolio privato. Non esistono altri sistemi di rilevamento o meglio non esistono altri sistemi di rilevamento resi noti, pubblicati, come vedremo più avanti. Anche perchè esisteva all'inizio una norma scritta (vedi "La favola dell'Auditel)

Questa lunghissima premessa per capire che l'inganno che c'è sotto l'Auditel non investe solo la televisione ma la vita di tutte le persone e lede i diritti di tutti i cittadini.

Ma procediamo con ordine. Anzitutto in questa indagine c'è un vizio d'origine gravissimo. L'Auditel si serve di un campione di circa 5000 famiglie. E' un campione però messo insieme non secondo i criteri demografici della popolazione italiana, ma secondo criteri di mercato. Per cui abbiamo un campione di consumatori-acquirenti anzichè di cittadini-utenti. E questa è già una distorsione a monte che invalida tutta la ricerca.

E si capisce visto lo scopo con cui è nato l'Auditel, a servizio del mondo della pubblicità. In proposito c'è stata una durissima requisitoria del Consiglio consultivo degli Utenti, che è un organismo istituzionale, che già tra il '96 e il '97 aveva condotto una accurata indagine in proposito: (questionario alla famiglie su stili di vita e consumi: se vedono poca tv non entrano nel campione...) ed aveva denunciato in una dettagliata relazione e con altri atti negli anni a seguire la parzialilità, l'incompletezza e la distorsione del sistema Auditel.

Questo campione inoltre - c'è da rimanere allibiti - rappresenta comunque solo il 10 per cento della popolazione italiana, anzi dei consumatori italiani. Questo perchè - come ha scoperto l'Istat - che ha condotto un dettagliato rapporto sull'Auditel, nel '97 per conto dell'allora Garante per l'editoria e la radiodiffusione, che cosa ha scoperto che su 10 famiglie contattate, 1 sola accetta di entrare nel campione (vedi La favola dell'Auditel)

Detto ciò va detto e sottolineato che questa lista di famiglie è da sempre segreta e rimasta tale perfino alle autorità dello Stato che ne hanno fatto a più riprese richiesta. Nè sono state mai rivelate le 10/12 mila famiglie almeno - che a loro dire - dovrebbero essere uscite dal campione in tutti questi anni: dal 1986 ad oggi.

Le famiglie vengono infatti cambiate - sempre a loro dire - di un venti per cento l'anno, quindi dovrebbero permanere nel campione in media 5 anni, ma sono state scoperte famiglie Auditel che lo erano da 12 e perfino da 15 e più anni. Io stessa la scorsa estate ho conosciuto a Vinci in Toscana - ero lì per una conferenza sull'Auditel - una tra le prime famiglie entrate nel campione Auditel, e che vi era rimasta per almeno 15 anni, senza aver mai svolto mi hanno confessato seriamente il loro compito di famiglia Auditel: eppure nonostante loro avessero detto che non se la sentivano di svolgere quel compito li avevano lasciati nel campione perchè non avevano trovato altre famiglie per sostituirli.

Ma dove sono allora tutte queste famiglie, che dovrebbero essere uscite dalla ricerca? Saranno mai esistite? Con tutta la gente che va in Tv, accetta di far di tutto e si presta alle peggiori figuracce, si presta anche a raccontare fatti intimi e nefandezze, vere o inventate dagli autori pur di comparire, possibile che tante di queste famiglie non abbiano approfittato di un loro momento di notorietà, di gloria, venendoci a raccontare la faticosa e ingrata - come vedremo - vita di famiglie Auditel?

Non esiste dunque - lo ripeto ancora - alcuna possibilità di riscontro oggettivo, su quanto dichiara l'Auditel, come ha denunciato lo stesso prof. Zuliani, presidente dell'Istat; non solo ma ciò che si è appurato - come vi sto illustrando un passo alla volta - conferma solo l'inaffidabilità del sistema.

Un sistema - che oltre a vizi d'origine gravissimi sul campione di cui non si ha neanche la certezza numerica - si basa su un rilevamento estremamente macchinoso.

Dunque una volta che la famiglia accetta di entrare nel campione, il suo televisore viene dotato di un Meter e di telecomando con tasti vacanze e tasto voto mai utilizzato. (vedi "La favola dell'Auditel)

Sono 8 mila questi meter, quindi ogni famiglia ha solo 1 o al massimo 2 televisori meterizzati, mentre già nel '97, quando l'Auditel - dice di aver raddoppiato il suo campione da circa 2400 famiglie a circa 5000 - il Rapporto Italia dell'Eurisko indicava che le famiglie italiane possiedono in media 2 o più televisori ... oggi siamo a quasi a 3 (vedi "La favola dell'Auditel)

Che cosa deve fare materialmente la famiglia - dove sono compresi bambini dai 4 anni fino a vecchi centenari - ? (vedi "la favola dell'Auditel)

Quindi possibili ed ovvie negligenze, superficialità o volontà di prendersi gioco del sistema, o volontà di barare per interesse di parte.

Inoltre è stato dimostrato da una ricerca del Censis che un apparecchio Tv per il 40 per cento del tempo in cui è acceso o non viene guardato o viene visto solo distrattamente.
 
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