Pubblicità regresso. Pubblicità, Consumo ed Etica

Roberta Gisotti
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Pubblicità regresso. Pubblicità, Consumo ed Etica
Roberta Gisotti 11/04/2007
Per il ciclo di conferenze "Partecipare è cambiare" organizzato da Beati costruttori di Pace con la collaborazione di "Cittadini Responsabili" e "Facoltà di Intendere - Intervento di Roberta Gisotti, esperta di Audit
Ringrazio anzitutto gli organizzatori per avermi invitato a parlare in questo ciclo di conferenze, e sono onorata di essere stata scelta in una rosa di relatori tutti impegnati fortemente - su diversi fronti - nel promuovere una partecipazione attiva dei cittadini alle problematiche sociali, culturali, etiche, religiose che attraversano la società; partecipazione attiva che è condizione essenziale alla vita democratica, alla sopravvivenza - direi - della democrazia stessa, dove il popolo è sovrano ed i modelli del vivere sociale dovrebbero essere espressione di una maggioranza informata e consapevole delle proprie scelte, e dove il consenso popolare andrebbe ricercato e raggiunto secondo le regole del gioco democratico. Uso il tempo condizionale, perchè gran parte oggi di leggi, azioni sociali ed anche di comportamenti individuali - che vanno poi ad incidere profondamente nella nostra vita quotidiana - vengono in qualche modo 'impostì come scelte ineluttabili di un progresso teorico che si rivela sovente nella pratica piuttosto un regresso. Leggi, azioni e comportamenti che vanno ad ipotecare pesantemente anche la vita dei nostri figli, nipoti e di chi verrà ancora dopo, che dovranno - se le cose non cambieranno - pagare un prezzo altissimo in termini di qualità della vita, di significato positivo dell'esistenza, ma anche di perduta prassi democratica, laddove la democrazia rappresenta l'apice del convivere civile dei popoli e tra i popoli.

Allora "Partecipare è cambiare": quanto è vero!
E, tra gli aspetti che più incidono fortemente nella nostra vita personale e sociale, 'bypassando' le regole del gioco democratico è proprio la Pubblicità; e veicolo principale della Pubblicità è la Televisione, che a tutt'oggi - pure con l'avvento di Internet - resta il principale mezzo di comunicazione di massa, purtroppo oggi in Italia del tutto asservito alle logiche commerciali, con grave danno per il Paese. Per cui oggi non è la Pubblicità che serve la Televisione, che a sua volta serve i cittadini, ma è la Televisione che serve la Pubblicità, che non serve ma domina i cittadini fuori dal controllo democratico. Il risultato finale è una Tv sempre più deficiente, come titola l'ultimo mio libro, "Dalla Rai dei professori alla Tv deficiente" che racconta la storia burrascosa della Rai della Seconda Repubblica, che s'intreccia con la storia altrettanto burrascosa dell'Italia di questi ultimi 15 anni.

Tv deficiente che va ad influenzare la nostra vita, forma le nostre opinioni, forgia il nostro sentire sociale, orienta i nostri stili di vita, le nostre tendenze al consumo, le nostre scelte politiche, culturali, religiose. La Televisione ci influenza infatti anche se non la vediamo perchè i suoi contenuti travasano in tutti gli altri media e si propagano e si amplificano attraverso giornali, radio, spettacolo, moda, tanto che anche politica e informazione si sono progressivamente spettacolarizzate per compiacere alla Tv, una Tv che divenuta deficiente per soggiacere alla pubblicità, ha reso sovente deficiente anche la politica e l'informazione, anch'esse asservite quindi alla Pubblicità. Politica e Pubblicità con la P maiuscola quali Poteri forti, alleate in campo televisivo, per veicolare interessi economici-finanziari trasversali all'intero arco parlamentare e al mondo imprenditoriale.

Io sono qui a parlare perchè credo in una Televisione migliore, di quella che abbiamo oggi, una Televisione che torni a svolgere l'importante ruolo sociale che le compete invece di avvilire il pubblico con programmi che offendono l'intelligenza di grandi e piccini, programmi infarciti di idiozie, volgarità, violenze gratuite, turpiloqui, degrado e bassezze umane, propinati ad ogni ora del giorno, programmi confezionati all'insegna della cronaca morbosa e vojeristica, dove il gossip televisivo è diventato un genere, che ha contaminato anche l'informazione e la politica. E, lo vediamo negli scandali che si susseguono nella vita pubblica del nostro Paese, negli intrecci tra personaggi dello spettacolo, dello sport, della politica, dell'informazione uniti da storie di soldi, di droga, di sesso e di potere.

Una Tv che diseduca i bambini, intristisce gli anziani - che sono gli spettatori più numerosi e deboli davanti la Tv - una Tv che demotiva i giovani, non offre valori, ideali, speranze, nè dà voglia di cambiare, di contestare il sistema, di proporre il nuovo, che sono atteggiamenti tipici del ricambio generazionale, vitale per una società democratica.

Pensiamo all'ultimo reality appena sbarcato su Rai Due "La sposa perfetta", dove le suocere scelgono la moglie per i loro figli. A parte la penosità dei contenuti del programma ma come si fa a proporre vecchi modelli di suocere e nuore, già archiviati dalle generazioni postsessantottine, e che in ogni caso offendono la dignità delle donne.

Dunque una Tv virtuale sempre più estranea al Paese reale, ma che si afferma come Paese reale, e ci convince tutti quanti - questo è la conseguenza più grave - che quello è il Paese reale, corrotto, violento, immorale, maleducato, sregolato, ignorante, deficiente, retrogrado e in qualche modo ci conforma a quel Paese.

Ecco lo scorso gennaio dopo la presentazione del libro ero ospite nel programma di Rai Tre "Cominciamo bene", dove si parlava di questa 'cattiva' televisione. E gli spettatori interpellati a casa via telefono ed internet hanno risposto al 97 per cento - pensate un risultato clamoroso - hanno risposto "sì questa televisione ci scandalizza".

Ed ancora sono stata ospite in quei giorni nel programma "Italia sul Due" e lì si parlava di Gossip e si chiedeva al pubblico se ce n'è troppo. E la gente per strada ha risposto sì, rimpiangendo la Tv del passato.

Ora sarebbe anacronistico parlare di Tv del passato - che oggi nei libri di comunicazione viene chiamata paleotelevisione - una Tv, quella italiana che negli anni del monopolio Rai è stata forse insieme alla Bbc la migliore Televisione del mondo. Una Televisione che ha formato l'unità del Paese alla fine degli anni '50, un'Italia che si affacciava alla modernità, dove moltissimi erano ancora gli analfabeti e moltissimi quelli che parlavano solo il dialetto.
Io personalmente appartengo ad una generazione che è cresciuta con la buona TV - di questo sono sicura - non fosse altro per le tante opportunità che mi ha offerto la Tv di divertirmi in modo sano, di formarmi e di raffrontarmi con tante realtà, selezionate - questo sì e lo trovo positivo - selezionate da qualcuno che lo ha fatto con competenza rispetto al mezzo e con responsabilità sociale. Io da bambina ha conosciuto un'ottima Tv dei ragazzi, che mi porto dentro, ho conosciuto coraggiose inchieste che mi hanno dato coscienza sociale e reportage dall'estero che mi hanno aperto la mente, ho visto decine di documentari sulla seconda guerra mondiale e sulle persecuzioni agli ebrei che mi hanno forgiato in una mentalità pacifista e visceralmente antirazzista, ho conosciuto le grandi firme del Cinema italiano, americano, e di molti altri Paesi ho conosciuto il teatro italiano ed estero, ho conosciuto la danza classica e moderna, i grandi sceneggiati sui classici della letteratura, ho conosciuto lo svago degli spettacoli del sabato sera, con i migliori artisti del momento, e le risate di una comicità sana e arguta e la satira intelligente.

Ecco, tutto questo al di là di quante critiche si possano rivolgere alla cosiddetta paleo-televisione, che ha lasciato il posto alla fine degli anni '70 alla neo-televisione, con l'avvento delle emittenti private, ed il sogno di liberalizzare l'etere. Si pensava allora di dare vita a tante Tv per sprigionare nuove energie nella comunicazione televisiva soprattutto a livello locale, per portare alla luce le istanze emergenti sul territorio in un'Italia cresciuta, più matura, pronta a maggior confronto e stimoli sul piano politico, sociale, culturale, religioso; ecco questo sogno s'infrange ben presto con l'affermarsi sul mercato di un unico soggetto di Tv commerciale assolutamente dominante già all'inizio degli anni '80, che porterà al regime del duopolio televisivo: pubblico (Rai) /privato (Fininvest poi Mediaset), dove il polo privato anzi il monopolio privato s'impone in assenza di ogni normativa, e poi negli anni verrà consolidato da una serie di leggi ad hoc, che legittimeranno questa anomalia tutta italiana.

L'entrata in scena prepotente e senza regole del monopolio commerciale, senza vera concorrenza, ha sviluppato un processo di profonda trasformazione nel modo di fare e di fruire la televisione. Ma qual è la differenza che nessuno in tanti anni ci ha spiegato bene - magari parlando al grande pubblico proprio in televisione - che ci saremo difesi come telespettatori. La differenza è che noi tutti spettatori, da destinatari della comunicazione televisiva, siamo diventati una merce di scambio. E sono emerse due esigenze conquistare e trattenere il pubblico, indotto ad un consumo televisivo sempre più fluido e senza schema, pilotato secondo le ottiche commerciali dell'emittente, quanto più estraniato dal riflettere su quanto vede ed ascolta, sedotto da immagini e suoni a rullo continuo.

Oggi disponiamo di studi particolareggiati, che analizzano e sezionano la produzione e il consumo televisivo elaborati da teorici e storici della televisione: saggi, trattati, libri e enciclopedie della Tv. Eppure in tanti testi non c'è traccia di forte critica e motivata ribellione a questa distorsione culturale-sociale-etica della comunicazione televisiva, in cui viene annullata la personalità dello spettatore-cittadino a favore del consumatore-acquirente, che paradossalmente non avendo coscienza di questa identità davanti al video non è protetto rispetto ad altri settore del commercio, dove il consumatore può contare su leggi e normative che tutelano la sua salute e la sua sicurezza.

E i consumatori più appetibili sono i bambini, i ragazzi, i giovani - i 'big spender' in termini di marketing - più portati a spendere e più condizionabili dalle mode, più manipolabili culturalmente, socialmente, politicamente, mettendo fuori uso tutte le agenzie educative, deputate a formare la personalità fisica e psichica dei ragazzi: famiglia, scuola, parrocchia, associazioni sportive e ricreative.

Ecco di fronte a modelli negativi propagati nelle nostre case attraverso la Tv, addomesticati nell'indifferenza sociale, sdoganati senza controllo, già una decina di anni fà lanciai una provocazione con una lettera aperta all'allora Garante per l'Editoria e la Radiodiffusione. Chiesi di apporre su ogni apparecchio televisivo un cartello con su scritto "Attenzione può nuocere alla salute, tenere lontano dalla portata dei bambini"; e di allegare all'apparecchio Tv un libretto con le istruzioni tecniche sì, ma anche con le modalità d'uso, le controindicazioni e gli effetti collaterali.

Se infatti la tv oggi è una merce da vendere per un ritorno pubblicitario in termini economici, allora dobbiamo pretendere tutte le garanzie per la salute fisica e mentale dei consumatori, al pari di ogni altro prodotto immesso sul mercato.

Allora questa Tv di mercato deve diventare materia di dibattito pubblico, direi anche politico, sul senso ultimo della comunicazione televisiva.

Inoltre per assurdo questa Tv di mercato, specchio di una società di mercato, è imperniata su un sistema di rilevamento degli ascolti televisivi, l'Auditel, del tutto inaffidabile dal punto di vista scientifico, per una serie di deficienze oramai riconosciute, un sistema assolutamente distorsivo nel mondo di elaborare i dati di ascolto, e un sistema gravemente fuorviante per l'uso che si fa dei dati d'ascolto nelle redazioni dei programmi televisivi.

Io ho dedicato a questo argomento, molte energie scrivendo due libri: la Favola dell'Auditel, una prima edizione nel giugno 2002 e una seconda edizione aggiornata nel dicembre 2005, che racconta pure l'importante movimento di base nato per riformare il sistema di rilevamento degli ascolti e che ha visto un anno fa la nascita di un Tavolo permanente Auditel, che vede partecipi molti soggetti, che hanno avvertito questo tema cruciale per la stessa vita democratica del Paese. E sono molto contenta, che oggi la favola dell'Auditel sia vicina all'ultimo capitolo, anche se ci sono al momento fortissime resistenze, e non c'è da stare tranquilli visti gli interessi in gioco!

Ma è bene capire come nasce e come funziona l'Auditel, perchè i tempi della riforma non saranno di certo immediati e soprattutto sono complicati i nodi da sciogliere di tipo politico-economico sottesi all'Auditel.

Questo sistema, nasce nel dicembre 1986, per spartire la torta degli investimenti pubblicitari: l'Auditel è il frutto di un 'malaugurato' patto stretto tra la Rai, l'allora Fininvest e l'Upa, la società che associa i 500 principali marchi utenti della pubblicità. Sul piano legale l'Auditel è una società suddivisa in parti uguali: tra Emittenza pubblica, ovvero la Rai, che possiede 33%; l'emittenza privata un altro 33% - di cui il 20,22% è di RTI, società di produzione Mediaset e il 6,45 della stessa Mediaset, il 3,33% de La7 e il 3 % di FRT la Federazione RadioTelevisioni, cui è parte anche Mediaset) - infine vi sono gli Utenti della pubblicità (Upa) e i Centri media Assap e Unicom 33%, oltre ad 1% della Federazione editori giornali (Fieg). Riassumendo Mediaset detiene dunque quasi il 27 per cento che unito alla Rai arriva al 60 per cento della Società Auditel nelle mani del duopolio, duopolio blindato sostenuto e difeso da sempre dall'Upa, tanto che i vertici dell'Auditel in 20 anni sono rimasti immutati, nelle mani di tre persone: Giulio Malgara è il presidente dell'Upa e dell'Auditel, Walter Pancini è il direttore generale dell'Auditel e Felice Lioy è il direttore generale dell'Upa, una terna vincente che mai si è sciolta. Cariche a vita anche se questo non è scritto nello statuto e se ormai è decaduta anche la carica a vita del Governatore della Banca d'Italia!

Si tratta dunque di una società non super partes come si vorrebbe ma intra pares, dove i 'controllatì sono anche i 'controllorì. C'è poi un'altra società, l'Agb-Italia, che per conto dell'Auditel realizza il rilevamento degli ascolti, affiancata da circa un anno dall'Ipsos.

Nato per dare un prezzo agli spot pubblicitari l'Auditel si è itrasformato in giudice insindacabile dell'intera programmazione televisiva e sempre più anche dell'informazione giornalistica. Il dato Auditel incombe infatti nelle redazioni di ogni programma e dei telegiornali; un male endemico che si è diffuso e radicato, un male che ha fagocitato il senso stesso della comunicazione, orientandola nella ricerca spasmodica dell'audience, del consenso, del successo: è questo l'obiettivo di ogni persona che voglia lavorare ed affermarsi in Tv, e così pure il commento del dato Auditel è la prima occupazione dei colleghi che scrivono di Tv lautamente pagati nei giornali per propagare una favola appunto, ed anche dei critici televisivi, che analizzando le curve ed i picchi in alto in basso dell'Auditel hanno meritato cattedre nelle Università di Giornalismo e di Scienze della Comunicazione.

L'Auditel ha cambiato le regole della comunicazione televisiva non più pensata per informare, educare, intrattenere, divertire, ma finalizzata unicamente a vendere pubblico per il mercato pubblicitario. Siamo cosi passati da un'economia di mercato ad una società di mercato, sovrapposta alla società politica. Società politica che ha abdicato alla sua prerogativa di formare l'opinione pubblica attraverso le regole democratiche della rappresentanza civile, affidandosi anch'essa alle tabelle e ai grafici dell'Auditel, che hanno assunto anche la valenza di consenso, oltre che veicolo di valori o piuttosto disvalori, di consumi e stili di vita, di orientamenti ideologici, culturali, religiosi che sono proposti o meglio imposti come scelte di una maggioranza - l'audience - impalpabile, virtuale - elaborata a Milano nei computer dell'Agb Italia - ma che diviene dominante, perchè nell'accezione comune il dato Auditel è quello che la gente vuole. Ma in realtà la gente vuole quello che decide l'Auditel.

L'Auditel registra con certezza solo apparecchi accesi e spesso confonde perfino i canali sintonizzati. Il suo campione di riferimento è formato da circa 5 mila famiglie, la cui lista è rimasta però segreta perfino alle autorità dello Stato; nè sono state rivelate le oltre 10/12 mila famiglie che dovrebbero essere già uscite dalla ricerca, tanto da dubitare che siano mai esistite circa 30 mila persone che in 20 anni sono rimaste nascoste e mai hanno approfittato - salvo un pugno di coraggiosi testimoni - dell'opportunità di venire alla ribalta sui media.

E' un campione comunque di consumatori e non di cittadini-utenti, che rappresenta solo il 10 per cento della popolazione, perchè su 10 famiglie contattate solo 1 accetta di porre il meter (il congegno elettronico che registra i dati di accensione e di presenze segnalate) sul proprio televisore, e nulla sappiamo invece del restante 90 per cento che rifiuta di essere campionato, e di cui ignoriamo in realtà -secondo la scienza statistica - le scelte di ascolto. Inoltre è dimostrato che un apparecchio Tv per il 40 per cento del tempo in cui è acceso o non viene guardato o è visto solo distrattamente, ma basta restare sintonizzati per 30 secondi, a volte anche 15 secondi su un canale e si viene compresi nel pubblico di quel programma; ovvero il tempo minimo per capire che un programma non ci piace. E dopo una manciata di secondi concorriamo ad alzare l'audience di quel programma che magari letteralmente ci fa 'schifo'.

Questo è l'Auditel, che ha indotto a ricercare sempre di più una Tv emozionale, una Tv dei picchi d'ascolto, che fanno media nell'audience di un programma e vanno a premiare chi riesce a catturare non importa a quale prezzo, l'attenzione dello spettatore per almeno 30 o 15 secondi; ed ecco perchè sempre più tanta volgarità, turpiloquio, violenza o idiozia.

Infine non vi è alcuna garanzia che le famiglie-campione, che restano tali mediamente per 5 anni - ma alcune hanno 'confessato' di esserlo state per 10-12 anni - si sottopongano con diligenza a svolgere un vero e proprio oneroso lavoro, in cambio di un piccolo elettrodomestico ogni anno o buoni acquisto, come hanno testimoniato in negativo le poche famiglie-campione intervistate pubblicamente, mentre non vi è stato mai un riscontro positivo da parte di alcuna altra famiglia. (Come funziona il rilevamento..........)

Eppure alle 10 del mattino in tutte le redazioni televisive si consuma il dramma quotidiano della lettura dei dati Auditel, in base ai quali i 'perdentì vengono processati prima nella redazione, poi nella rete, quindi nell'azienda e infine il giorno dopo posti alla gogna pubblica sui giornali. Per i 'vincitorì è gloria, lavoro assicurato e compensi che lievitano. Ma ciò che interessa tutti è la ricaduta degli indici d'ascolto sull'intera società, dove il dato Auditel - attraverso la Tv e gli altri media che l'amplificano - ha assunto - come abbiamo già detto - la valenza di consenso popolare.

In realtà l'Auditel non dà certezze sul numero di persone davanti alla Tv, non valuta se un programma piace o meno nè tantomeno raccoglie le attese del pubblico.

L'avvento dell'Auditel non solo ha sancito il duopolio televisivo, ma l'ha reso inattaccabile, impedendo di fatto la nascita di un terzo, quarto, quinto polo come era auspicabile e impedendo lo sviluppo dell'emittenza locale, privata dei necessari finanziamenti pubblicitari, che sono stati assorbiti per circa il 95 per cento da Rai e Mediaset, che in base ai dati Auditel hanno raccolto il 90 per cento e più dell'audience totale, questo fino alle forti contestazioni nel 2005 da parte delle emittenti satellitari, che nell'ultimo anno sono sensibilmente lievitate.

Quasi miliardi di euro, vale a dire quasi 8 mila miliardi di vecchie lire, è il flusso enorme di denaro che viene investito nella pubblicità televisiva. Massima parte di questi soldi, quasi il 67 per cento, entra nelle casse delle Reti Mediaset, mentre la Rai si accontenta di meno della metà, poco più del 29 per cento, La Sette e MTV si consolano con circa il 3,5 per cento e resta infine l'0,5 per cento, che va alle altre circa 650 emittenti locali e satellitari, che dunque si spartiscono le briciole o il nulla.

Ma quali garanzie abbiamo sull'equità di spartizione di tali cospicui investimenti che confluiscono nella Televisione? Alcuna garanzia, eppure l'Auditel è l'unico sistema di rilevamento accettato da Rai, Mediaset ed Upa per contrattare i finanziamenti pubblicitari.

Questo perchè attraverso l'Auditel si è instaurato di fatto un regime di finta concorrenza, dove le quote della pubblicità tra Rai e Mediaset sono rimaste sostanzialmente invariate da 20 anni, offrendo stabilità ad un mercato lievitato di anno in anno e monopolizzato da un gruppo ristretto di grandi Marchi, che producono beni di largo consumo.

Poco importa dunque ai grandi investitori che il dato Auditel sia veritiero o no e sapere con esattezza se un programma sia stato visto da un milione in più o in meno di spettatori: l'importante è mantenere l'esclusiva del più vasto mercato mediatico. La guerra dell'audience è solo un espediente per mantenere alta l'attenzione sul mercato, perchè in realtà l'Auditel è un sistema inaffidabile che non misura la qualità ma neanche la quantità.

Ma che punto siamo sulla via della riforma? Un punto cruciale, che necessita però di un sostegno popolare quanto più allargato.

Si è conclusa infatti la fase istruttoria del processo contro l'Auditel - cui hanno partecipato tante istanze lo abbiamo detto - e che ha visto a carico dell'imputato due rapporti dell'Istat che ne hanno messo in evidenza tutte le manchevolezze e il pronunciamento negativo su questo sistema delle massime autorità dello Stato, tra cui l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, la stessa Magistratura che nell'aprile 2005 ha vietato la pubblicazione dei dati delle Tv satellitari, riconoscendo il danno arrecato a quelle emittenti da dati di ascolto non affidabili e infine l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che finalmente ha varato nel maggio scorso un Atto d'indirizzo per la riforma all'insegna del pluralismo societario, della trasparenza della governance e della credibilità scientifica.

La riforma prevede:

° l'apertura degli assetti societari dell'Auditel e del suo Consiglio d'amministrazione a tutte le realtà presenti sul mercato;
° sistemi di rilevazione adatti a tutte le piattaforme trasmissive, terrestri, digitali, via cavo, in analogico e digitale e via Internet;
° indipendenza effettiva dei Comitati tecnici;
° un campione di riferimento più fedele possibile ai criteri sociodemografici della popolazione e ai nuovi scenari tecnologici e che ruoti con maggiore frequenza;
° la certificazione di qualità sull'intera ricerca da parte dell'Istat; il deposito presso l'AgCom degli estratti della ricerca e la reperibilità pubblica di tutta la documentazione.

L'Atto prevedeva che se entro 6 mesi la società Auditel non avesse accolto le direttive dell'AgCom sarebbero scattate le sanzioni ma soprattutto l'Autorità si riservava - cito il testo - "di provvedere direttamente alla rilevazione degli indici di ascolto".

Va infatti ricordato che in base alla Legge che ha istituito l'Autorità - la 249 del '97 - questa ha il compito di 'curare' in proprio la rilevazione degli indici di ascolto televisivi e di 'vigilare' sulla correttezza delle indagini d'ascolto operate da altri soggetti terzi come appunto l'Auditel. Obblighi che sono stati sempre evasi e sono quasi 10 anni!

Nel dicembre scorso l'Autorità ha tenuto una serie di audizioni ai soggetti interessati, tra cui anche il Tavolo Auditel e sembrava che tutto potesse procedere per il meglio. Poi a sorpresa mentre fervevano le trattative per l'entrata di Sky nella società Auditel, dopo violenti attacchi pubblici di Murdoch alla credibilità del sistema Auditel, la Magistratura su ricorso della stessa Sky ha concesso all'Auditel di pubblicare nuovamente i dati satellitari, con soddisfazione di Sky comunque danneggiata per la contrattazione pubblicitaria dall'oscuramento dei dati d'ascolto, che nel frattempo negli ultimi sei mesi del 2006 sono lievitati più di quanto siano aumentati gli abbonamenti. Ma non abbastanza, e i conti comunque non tornano.

Nel frattempo all'Autorità fanno sapere che l'Auditel si sta riformando. Ma non è vero niente! L'Auditel cosi come concepita è infatti impossibilitata a riformarsi. E la verità viene a galla quando il 1 aprile riescono i dati delle satellitari. Assolutamente incredibili!

In Italia abbiamo 4 milioni di parabole, vale a dire circa 13 milioni di potenziali spettatori ma l'Auditel registra meno di 1 milione di spettatori nella media giornaliera con punte in prima serata che si avvicinano ai 2 milioni contro i quasi 22 milioni delle Reti generaliste Rai e Mediaset. Abbiamo poi scoperto che Rai utile mette insieme uno share giornaliero dello 00 e che Rai News dove lavorano 180 giornalisti raggiunge lo 0,04, pari a 4 mila spettatori medi al giorno, e i due canali di Rai Educational lo 0,01 ciascuno. Quasi un pesce d'aprile! E naturalmente si sono accese nuove polemiche.... E ben vengano le polemiche per fare chiarezza!

Cosa succederà adesso? Difficile prevederlo a breve! Molto dipenderà dall'approvazione o meno del Disegno di legge di riforma dell'intero assetto delle comunicazioni, messo a punto dal ministro Gentiloni, la controriforma Gasparri che ha l'obiettivo di rompere il duopolio e di favorire nuovi soggetti e dove per la prima volta si riconosce che il sistema di rilevamento degli ascolti tv è un servizio di interesse generale a tutela del pluralismo e della concorrenza. E dove si pone un tetto per un unico soggetto del 45 per cento nella raccolta pubblicitaria....

E molto dipende anche dalle linee guida di riforma della Rai, proposte dalla stesso Ministro, dove si pone l'obiettivo di liberare la Rai dallo strapotere della Politica e della Pubblicità, e dove accanto al sistema Auditel di rilevamento degli ascolti di tipo quantitativo si prevede un sistema di rilevamento qualitativo, una sorta di indice di valore pubblico che misuri la qualità erogata, percepita e attesa. Sistema già previsto nel contratto di servizio 2007-2009 appena siglato.

Ma tutto resterà ancora una volta lettera morta se noi tutti cittadini non prendiamo coscienza di essere depositari di diritti anche nel campo della comunicazione televisiva e facciamo sentire la nostra voce ai politici, alle istituzioni dello Stato, ai vertici della Tv pubblica, alla stampa: tutti ci rappresentano male.

Anzitutto occorre superare il duopolio della Tv generalista Rai-Mediaset, incentrato sull'Auditelche, all'origine di tutti i mali. Ma non dobbiamo cadere nell'errore di soppesare allo stesso modo il polo pubblico che appartiene a tutti i cittadini e siamo 57 milioni di persone, ed il polo privato che appartiene ad un solo cittadino, unico caso al mondo, cittadino, che ricopre anche un ruolo di leader nella vita politica del Paese, e quindi, partecipa anche del Polo pubblico. Naturalmente non si tratta di un discorso politico-ideologico perchè lo stesso discorso andrebbe fatto se quell'unico cittadino portasse il nome di un leader dello schieramento opposto.

C'è inoltre da segnalare un altro monopolio anch'esso da superare quello della Tv satellitare nelle mani di un altro magnate della comunicazione australiano, che oggi vorrebbe sostituirsi alla Tv di Servizio pubblico..... ma a pagamento!!

Riassumendo occorre superare il duopolio, risolvere il conflitto d'interesse, dotare la Tv di sistemi di rilevamento quantitativi credibili sul piano scientifico e trasparenti nella gestione e ma anche di sistemi qualitativi, che più debbono contare per orientare la produzione dei programmi, solo così si potrà liberare la Tv dallo strapotere della Politica e della Pubblicità, e restituirla ai cittadini.
 
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