Roberta Gisotti: La favola dell'Auditel. Parte seconda: fuga dalla prigione di vetro

Roberta Gisotti
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La favola dell'Auditel. Parte seconda: fuga dalla prigione di vetro
Roberta Gisotti 28/04/2008
ImmaginePrefazione di Giulietto Chiesa. Editore Nutrimenti (2005)

La favola dell'Auditel torna alle stampe, dopo il successo della prima edizione, arricchita di una seconda parte, che percorre con uguale rigore di ricerca fatti e dibattiti sul sistema di rilevamento degli ascolti in Italia, dall'uscita del libro nel maggio 2002 ad oggi, in vista di un felice epilogo della vicenda.

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Nota dell'autrice

Per la prima edizione posso dire 'grazie' a tutti quanti si sono adoperati, giornalisti, politici, docenti universitari, studenti, semplici cittadini perchè la favola dell'Auditel fosse finalmente svelata al grande pubblico. Il successo mediatico di questo saggio è stato del tutto eccezionale: circa 400 le recensioni raccolte su Tv nazionali e locali, terresti e satellitari, radio, agenzie, quotidiani, periodici i più svariati, siti internet. Una copertura che ha coinvolto testate di ogni indirizzo politico, ideologico, culturale.
Uno 'scoop' editoriale che fa onore agli italiani, capaci per primi al mondo di ragionare su un sistema di rilevamento degli ascolti televisivi tanto ingannevole, che ha creato attraverso i dati Auditel una maggioranza che non esiste, costruita in un 'laboratorio' milanese dell'Agb-Italia, ma che diviene dominante, certificata dalla Tv ed amplificata dall'intero sistema dei media.
Una maggioranza virtuale per affermare non solo prodotti commerciali, prima ancora di venderli incontrando il favore dei consumatori, ma anche per affermare tendenze e stili di vita, scelte politiche, ideologiche e culturali senza avere raccolto il consenso dei cittadini. Un vero e proprio stravolgimento delle regole non solo del mercato, ma della stessa organizzazione democratica della società.
Un riconoscimento particolare va dato agli Editori Riuniti e a Nutrimenti per avere sostenuto questa 'battaglia' di civiltà.

Prefazione di Giulietto Chiesa

Sapevamo di essere manipolati, ma non fino al punto che questo libro mette in luce. Auditel, il bersaglio di queste righe, non è che una piccola parte del mosaico di un terrificante dominio mediatico che si è abbattuto, specie nell'ultimo ventennio su immense masse di pubblici che non hanno strumenti per difendersi. Ma è un tassello essenziale, rivelatore, dei meccanismi perversi attraverso e mediante i quali si costruisce la gigantesca «fabbrica dei sogni» che produce la realtà virtuale nella quale viviamo, scambiandola per quella reale, che ci viene nascosta.
È inevitabile aggiungere subito che il tasso di democrazia delle società contemporanee diminuisce in proporzione diretta con la produzione di questa «fabbrica dei sogni». È la convivenza civile ad essere direttamente minacciata da un appiattimento della società sui valori più bassi. I dati quantitativi degli ascolti diventano giudizi inappellabili che, misurando il «consenso degli utenti», assumono addirittura il ruolo di «metro di democrazia». Democrazia plebiscitaria, di inverificabili «assemblee televisive», di presunte «agorà virtuali» dove si celebrerebbe la democrazia moderna. Chi solleva dubbi, chi vi si ribella, viene esposto al pubblico ludibrio, come retrogrado, o - peggio ancora - come aspirante censore, come minaccia alla democrazia. Certo, per chi considera la democrazia come l'andare a votare una volta ogni cinque anni e poi tornare a casa, ciascuno nella propria casa, di fronte al proprio televisore, ogni protesta contro questo stato di cose è una minaccia. Ma, come ben si capisce, non è affatto una minaccia alla democrazia. Essa è, al contrario, un segno di resistenza intellettuale e morale alla degenerazione dilagante che annichila la società civile rinchiudendone e avvilendone le vestigia nei pollici del teleschermo.

Lo stato dell'informazione-comunicazione, in Italia e nel mondo, è altamente preoccupante. Il pluralismo che vi si esprime è sempre di più apparenza e sempre di meno sostanza. La tendenza è al peggioramento. Ciò che milioni, miliardi di persone ascoltano, leggono - e soprattutto vedono - ogni giorno è definito da gruppi ristretti di persone, che decidono ciò che il grande pubblico deve sapere e, soprattutto, ciò che non deve sapere. Ciò di cui debbono essere pieni i suoi pensieri e ciò di cui è bene non sia gravata la sua testa.

Il cosiddetto «quarto potere» è ormai in gran parte cosi strettamente intrecciato al potere politico (anche nelle società occidentali, che vantano ancora un alto grado di organizzazione democratica) e dipendente dai poteri forti, ormai quasi tutti privati, organizzati con e attorno al potere dei controllori e detentori dei media, da avere rinunciato quasi del tutto a funzioni di controllo e di critica di quei poteri. Dovunque i controllati sono anche controllori e dunque ogni controllo reale del potere tende a sparire, o a trasformarsi in guerra per bande. In Italia, in particolare, mai il paese era stato cosi dominato da giornali e telegiornali che si comportano come testate «di partito» (nel senso che si comportano partigianamente) mentre continuano a definirsi come indipendenti.

La situazione italiana, poi - di totale monopolio televisivo e di quasi totale monopolio mediatico, ulteriormente inquinati entrambi da un gigantesco conflitto d'interessi - è un caso limite in un panorama pauroso. Altrove le cose sono solo leggermente meno gravi. La soverchiante maggioranza dei flussi di comunicazione (l'informazione in senso stretto è un sottoinsieme della comunicazione e non il principale) è ormai prodotta da un pugno di colossi mondiali, tra cui spiccano conglomerati di impressionante dimensione e potenza non più soltanto mediatica, come America On Une-Time Warner, Vivendi International, Sky news, Bertellsman ecc. La società globale, la cosiddetta «società della conoscenza», quella dove la quantità d'informazione e comunicazione raggiunge ormai livelli incomparabilmente superiori a quelli di tutte le precedenti fasi della. civilizzazione umana, si accompagna - solo in apparenza paradossalmente - a un istupidimento collettivo che è assolutamente funzionale alle nuove e inedite forme di dominio che stanno affermandosi nella società globalizzata, nella «globalizzazione americana».

Se c'è un luogo dove questa globalizzazione ha già espresso tutta la sua forza e virulenza, questo è il campo della comunicazione. Il criterio dominante, anzi esclusivo, dei conglomerati mediatici è quello del mercato. In esso tutto (informazione intrattenimento, pubblicità) è parte integrante, sinergica, del processo di creazione artificiale dei bisogni, per una produzione forzosa, artificiale, di merci. Anche l'informazione, i processi culturali di massa, ovviamente l'intrattenimento, ancora più ovviamente i flussi pubblicitari, sono essenzialmente merci. Come tali vengono prodotti, usati dai loro proprietari e dai loro creatori. Ne consegue che, per i primi e per i secondi, i contenuti perdono ogni interesse rispetto al profitto che se ne può trarre, ma anche rispetto ai valori che assieme a quelle «merci» del tutto speciali si veicolano. Infatti ciò che sfugge ai più è che questo tipo di merci, a differenza delle merci che un tempo si definivano «materiali», veicolano valori.

Consegue parimenti, da tutto ciò, che non è più rilevante - se ci si riferisce al sottoinsieme informazione un qualche rapporto tra il mercato dell'informazione e la realtà effettuale delle cose. Se serve (e serve sempre ai proprietari della «fabbrica dei sogni») la realtà può essere sostanzialmente modificata, abbellita o incupita non importa. Comunque manipolata nel passaggio verso la sua raffigurazione virtuale. Il tutto in funzione delle esigenze del mercato «artificiale» di cui sopra e, soprattutto, in funzione dell'organizzazione del dominio che quel mercato implica ferreamente.

Nessuno stupore, dunque, se il sistema mediatico in cui siamo immersi non ci «restituisce» il mondo che filtra attraverso di esso. La vita reale, triturata da quegli ingranaggi, viene risucchiata nei gorghi di impianti giganteschi di depurazione. Quando ne esce - se ne esce - è ormai stata trasformata in un simulacro cangiante, evanescente. Oppure è stata talmente caricata di toni e colori artificiali da essere comunque irriconoscibile. Perfino le guerre si costruiscono ormai, si preparano, si conducono, si vincono, mediaticamente. L'obiettivo principale di ogni operazione mediatica, - riguardi la politica o la vendita dell'automobile o del computer - è quello della «conquista delle menti e dei cuori». Da realizzarsi mediante operazioni mistificatrici di ogni sorta.

Tutto questo sembra nuovo - e lo è - per miliardi di telespettatori. In realtà accade ormai da quarant'anni, si è sedimentato in stratificazioni pesanti nelle menti delle grandi masse. Misurare i guasti sul tessuto sociale e intellettuale delle società moderne è ormai impossibile, tanto essi sono grandi, tanto sono ormai radicati.

«Vi è il sospetto largamente condiviso, anche se è difficile confermarlo con dati esatti - scriveva Theodore Adorno nel 1954 - che la maggioranza degli spettacoli televisivi oggi punti alla produzione, o almeno alla riproduzione, di molta mediocrità, di inerzia intellettuale e di credulità, che sembrano andar bene con i credi totalitari, anche se l'esplicito messaggio superficiale degli spettacoli può essere antitotalitario». Allora il sospetto era già «largamente condiviso», ma era anche «difficile confermarlo con dati esatti». Come adesso, ma le cose sono oggi di gran lunga peggiori di allora, agli albori. «La tv è un pappone tiepido, senza colore e senza sapore - diceva Jack Lang, ex ministro della cultura francese nel 1993 - che si può cucinare e consumare a Rio come a Roma, a Los Angeles come a Parigi: una zuppa con cui i popoli si assopiscono, si disabituano alla cultura, si disalfabetizzano». Si potrebbe continuare a lungo, ripescando scampoli di riflessioni in materia su cui si sono cimentati migliaia di intellettuali di ogni collocazione culturale e politica, sotto tutte le latitudini. Da Karl Popper a Giovanni Paolo Il. Ma la Grande macchina non ne è stata minimamente scalfita. Segno della sua potenza e, in un certo senso, della sua inesorabilità. Il secolo XX se n'è andato celebrando il suo trionfo e annunciando una nuova era, nella quale la televisione (nella sua versione integrata della Information-communication technology) deciderà - uccidendola - le sorti della democrazia liberale.

Questa storia di Auditel, che Saverio Vertone ha definito acutamente come «incognita numerica», è anche una ricostruzione minuziosa dei processi di degradazione morale e civile cui la popolazione italiana è stata sottoposta, in cui è stata trascinata, suo malgrado, in questi ultimi due decenni. Verrebbe voglia di tornare a rileggere Pier Paolo Pasolini, che in un lontano 1974, profetico come spesso seppe essere, da grande artista qual era, formulò su Rinascita un definitivo giudizio sui caratteri della trasformazione che l'Italia stava vivendo. Una trasformazione che è oggi, ormai compiuta, sotto i nostri occhi attoniti. «È in corso nel nostro paese una sostituzione di valori e modelli sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sè negativi: sono anzi d'accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo spaventoso di regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani». Allora Berlusconi era ancora di là da venire, inimmaginabile. Ma se a sinistra ci avessero capito qualcosa avrebbero potuto prepararsi, almeno mentalmente, a difendersi. Invece giunti al governo continuarono a nutrire lo stesso mostro, e a riprodurne la specie.

I difensori di questo sistema negano che la gente sia stata trascinata a questo livello «suo malgrado». Invocano a loro scusante (quei pochi che ritengono di doversi scusare) che «la gente è COSI, e non ci si può fare nulla». E la variante figlia del Pensiero Unico, di nome TINA (There is No Alternative). Gli altri glorificano lo stato di cose esistente in quanto esplicitazione della logica del mercato, che adorano. Essa è buona, e giusta, oltre che inevitabile. E, quindi, dobbiamo essere pronti ad accettarne tutte le conseguenze, quelle buone quelle cattive. Vale per loro la battuta di Gore Vidal: «coloro che fanno i mass media disprezzano a tal punto la gente da ritenerla più stupida di quanto lo siano i mass media». Adesso perfino auguste voci si levano a definire «deficiente» la televisione che noi guardiamo. Manca soltanto la spiegazione del perchè essa è diventata sempre più deficiente in questi anni. Leggendo questo libro una parte importante di questa spiegazione emerge con palmare evidenza.

Resta il problema del che fare, classico, eterno. C'è chi propone di spegnere la tv, punto e basta. Ma è un'illusione. Milioni e miliardi non la spegneranno più. Allora non resta che organizzarsi e difendersi, perchè significa difendere la democrazia, la cultura e l'intelligenza. Come fare è materia di riflessione comune, di fantasia individuale e collettiva, ma certamente è, in primo luogo, materia di movimento e della politica. Solo che bisogna sapere dove siamo e in che condizione. Forse Mc Luhan è arrivato vicino al punto con il suo suggerimento: «È vitale adottare un arrogante atteggiamento di superiorità. Invece di rannicchiarci in un angolo a lamentarsi di quanto i media ci stanno facendo, si dovrebbe passare subito alla carica e prenderli a calci negli elettrodi. Essi rispondono positivamente a un simile trattamento e subito diventano servi invece che padroni. Ma senza questo distacco non possiamo obiettivamente osservare i media: sarebbe come un polipo che lotta con l'Empire State Building».

 
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